Todo sobre mi padre

By Carla Tofano

Chronicles of a naked journalist:
All about my father

 

He has the arms of an over enthusiastic puppet, and the long hands of a learned aristocrat. It is a combination that makes my father an imperfectly perfect man. His beard has always been his way of letting life know that he has a bountiful personality while his mouth is a tropical fruit that will always find a way of bursting forth from the shade. His words are sometimes joyously entangled like a warm West Indian breeze, yet his desire to communicate is always firm and sincere. His lips are, without doubt, the part of his body that express his vocation for sweet love. Springy, grinning love.

My father is a very light man, despite the weight of his intentional will to live life the way he wants, without compromise. He is a man who makes decisions without imposing them on others, who gives without making a song and dance about it and who rarely argues – if at all – despite his opinion always being out of the box.

He always belongs to wherever he happens to be and is always happy wherever he is but only because, deep down, he is exploring life from his own point of view, and every new position he finds himself in offers a new adventure for his thoughts. He is always punctual without being rigid, he is entertaining without being shallow and, above all, he is always feels close, despite being miles away. My father never asks questions and never interrogates you – he learns what he needs to know by allowing himself to be caressed by the natural rhythm of whatever is on offer. And I recognise this quality in him as if it were mine, because it seems to me that, in the end, what is inherited is never stolen.

On the whole I remember very little from my childhood. I do remember that his beard itched and made me laugh. I am not sure whether this memory belongs to my body or my mind, but I have little interest in trying to decipher the difference between the two. I also remember visits to museums with his charismatic presence, his joyful nature and, of course, the meals at TropiBurger. And from those fast food restaurants I remember, above all, the onion rings and chocolate milkshakes. And how could I forget the smell of hot leather rising from the seats of our bottle green Mercedes, always burning hot under the Caracas sun, as we returned to the car from our visits to the museums or art galleries.

I remember his pure and incomparable patience when we went shopping for clothes. The pleasure he gained from the purchases made by his enthusiastic teenage daughter, if only because of his desire to be gentle, gracious and generous company. I remember calling him in the middle of the night or at the crack of dawn, to ask him to pick me up from my friends’ house in order to take me home. He never lectured me when I called him or on the journey home – and this is something that I still find hard to believe.

I remember our trips to delicious, exclusive restaurants and the long hours spent enjoying each others company at the table once we had finished eating. I remember my fathers silver rings, so characteristic of his unique way of expressing vanity, his Mao collared shirts and the way in which he always had a book close to hand, ready for him to cast his interested eye over at every possible opportunity. His pure and clean desire for books, newspapers and magazines never showed any signs of being an anxiety fed addiction.

As far as my father is concerned I will always be left with suspended possibilities, words yet to be spoken, hugs yet to be given and a trembling voice in my throat that is forever threatening to break when faced with moments of absolute vulnerability. Love robs us of our sanity so perhaps that is why, when I think of Alfredo, I laugh and cry at the same time. I laugh as a consequence of everything that his trusting existence taught me to desire, hope for and deserve. I cry for what we have not been able to say to each other, though perhaps there was never any need to say it anyway.


Credits

Cover Photograph (detail) by Vasco Szinetar
Translation by Toby Deveson & Carla Tofano

This text was originally written for inclusion in the book ‘Al Tanto de mi mismo: Conversaciones con Alfredo Chacón’, by Carmen Verde Arocha and Alejandro Sebastiani Verlazza and published under the Solar Collection of Editorial Eclipsidra in November 2021.

Cronache di una giornalista nuda:
Tutto su mio padre

 

Ha braccia da marionetta sempre in movimento e mani grandi da studioso aristocratico. Questa combinazione fa di mio padre un uomo imperfettamente perfetto. La sua barba è sempre stata il suo modo di dire alla vita che lui è un personaggio rigoglioso e che la sua bocca è un frutto tropicale che trova ogni volta la strada per uscire dall’ombra. Le sue parole possono impigliarsi saltellando, e andare e venire come la tiepida brezza delle Antille, ma la sua voglia di comunicare è decisa e sincera. Le sue labbra sono la parte del corpo che meglio esprime la sua inclinazione per l’amore dolce. L’amore confortevole e sorridente.

Il mio papà è un uomo leggero, malgrado il peso della sua forte volontà di vivere la vita che gli appartiene per suo personale diritto e senza possibilità di eventuali compromessi. Mio padre è un uomo che decide senza imporsi, che offre senza vantarsi di quello che dà, e che discute poco – per non dire per niente – sebbene, in fondo, il suo punto di vista sia sempre decisamente dissonante.

Lui appartiene sempre al posto in cui si trova. Trae sempre vantaggio dalla posizione in cui viene a trovarsi, ma solo perché ha l’abitudine interiore di esplorare sempre la vita dal suo punto di vista e ogni nuova posizione che gli offre il caso rappresenta una felice avventura per la sua prospettiva. E’ puntuale senza essere rigido, è divertente senza essere banale, e, soprattutto, è vicino senza però smettere di abitare molto lontano. Mio padre non chiede mai, non fa domande, lui si informa su ciò che deve sapere lasciandosi accarezzare dal ritmo naturale di quanto possa essere offerto in cambio. E questa caratteristica la riconosco come se fosse mia perché mi sembra che, dopotutto, quello che si eredita non si ruba.

Di quando ero piccola, in generale, ricordo poche cose. So che la sua barba mi solleticava e mi faceva ridere. Non sono sicura se questo ricordo appartiene alla memoria del corpo o della mente, ma poco mi importa cercare di stabilire se tra le due esista qualche differenza. Di quando ero bambina ricordo anche le visite ai musei, la sua presenza carismatica, la sua meravigliosa disponibilità e i pranzi da TropiBurger. Dei pranzi da TropiBurger ricordo soprattutto gli anelli di cipolla fritti e i frappè al cioccolato. Come dimenticare l’odore di cuoio bollente dei sedili della sua Mercedes verde bottiglia, sempre infuocati dalle lunghe ore di esposizione al sole di Caracas, quando tornavamo in macchina dopo aver visitato qualche museo o qualche galleria d’arte.

Di mio padre ricordo le visite ai negozi di abbigliamento e la sua inossidabile e ineguagliabile pazienza. Il suo piacere nel portare la vivace figlia adolescente a fare spese, anche solo per il suo desiderio di essere un accompagnatore gentile, disponibile e generoso. Ricordo le telefonate fatte a orari impossibili nella notte, o all’alba, per chiedergli di venire a prendermi dalla casa di qualche mia amica per portarmi a casa mia. Non mi ha mai fatto la predica, né al telefono né durante il tragitto verso casa e questo ancora stento a crederlo.

Ricordo le uscite per andare ai ristoranti deliziosi, particolari, e le lunghe ore davanti a gustose tavolate. Del mio papà ricordo gli anelli d’argento, così tipici del suo modo personalissimo di essere vanitoso, le camicie dal collo alla Mao, i libri sempre a portata di mano, in attesa che in qualsiasi momento possibile il suo sguardo pieno di interesse ne scorresse le pagine. Senza tensione, un puro e limpido desiderio è quello che lo tiene legato ai libri, alla stampa e ai giornali, per sempre appassionato.

Riguardo a mio padre resto per sempre con le possibilità sospese, le parole da dire, gli abbracci da stringere. Resto con la voce che mi trema in gola, cosa frequente nella gente sensibile davanti all’impossibilità di superare un istante di assoluta vulnerabilità. L’amore ci ruba il senno e forse è per questo che quando penso ad Alfredo rido e piango nello stesso tempo. Rido per tutto quello che la sua esistenza fiduciosa mi ha insegnato a meritare, a sperare e a chiedere. Piango per quello che non abbiamo potuto dirci e che forse non è necessario dire.


Crediti

Tradotto da: Alessandra Greco
Foto di copertina (dettaglio) di Vasco Szinetar

Questo testo è stato scritto originariamente per ser incluso nel libro ‘Al Tanto de mi mismo: Conversaciones con Alfredo Chacón’, scritto da Carmen Verde Arocha e Alejandro Sebastiani Verlezza, e pubblicato nella collezione Solar de la Editorial Eclipsidra a novembre del 2021

Crónicas de una periodista desnuda

 

Tiene brazos de marioneta entusiasta y manos largas de erudito aristócrata. Esa combinación hace de mi padre un hombre imperfectamente perfecto. Su barba ha sido siempre su manera de decirle a la vida que él es personalidad frondosa y que su boca es una fruta tropical que siempre encuentra el modo de avanzar por la sombrita. Sus palabras pueden enredarse saltarinas, e ir y venir como la brisa cálida de las Antillas, pero su deseo de comunicar es firme y es sincero. Sus labios son sin duda el órgano que mejor traduce su vocación para el amor dulce. El amor acolchonado y risueño.

Mi papá es un hombre ligero muy a pesar del peso de su intencional voluntad para vivir la vida que le pertenece por derecho propio y sin posibilidad de negociación ulterior. Mi papá es un hombre que decide sin imponerse, que ofrece sin vanagloriarse de lo que dá, y que discute poco – por no decir nada – aunque en el fondo su punto de vista sea siempre decididamente extranjero.

Él siempre perfenece al lugar en el que está. Siempre disfruta la posición en la que se encuentra, pero solo porque secretamente él siempre está explorando la vida desde su punto de vista y cada aleatoria nueva posición representa una feliz aventura para la perspectiva. Es puntual sin ser rígido, es ameno sin ser simple, y sobre todo, es cercano sin dejar de habitar muy lejos. Mi papá jamás pregunta, jamás interroga, él se entera de lo que tenga que enterarse dejándose acariciar por el ritmo natural de lo que se ofrezca en intercambio. Y esta cualidad la conozco como si fuera mía porque me parece que después de todo, lo que se hereda jamás se hurta.

De cuando era pequeña, en general, recuerdo pocas cosas. Sé que su barba me picaba y me hacia reír. No estoy segura si este recuerdo pertenece a la memoria del cuerpo o a la de la mente, pero poco me interesa intentar dilucidar si existe entre ambas alguna diferencia. De cuando era niña recuerdo también las visitas a los museos, su carismática presencia, su buena disposición para la vida y las comidas en TropiBurger. De esas comidas rápidas sobre todo recuerdo los aros de cebolla y las merengadas de chocolate. Cómo olvidar el olor a cuero caliente de los asientos de su Mercedes verde botella, siempre incendiados por las largas horas de exposición al sol caraqueño, después de volver al auto y tras haber visitado algún museo o a alguna galería de arte.

De mi padre recuerdo las visitas a tiendas de ropa y su inoxidable e incomparable paciencia. Su goce por las compras de una entusiasta hija adolescente, aunque sólo fuera por su afán de ser compañía gentil, bien dispuesta y generosa. Recuerdo las llamadas a horas imposibles de la noche, o de la madrugada, para pedirle que me recogiera en la casa de alguna de mis amigas para llevarme a la mia. Jamás me aleccionó, ni en el teléfono ni en el camino y esto todavía me cuesta creerlo.

Recuerdo las salidas a restaurantes ricos, especiales, y las largas horas de sabrosa sobremesa. De mi papá recuerdo sus anillos de plata, tan característicos de su muy personal forma de ser vanidoso, las camisas cuello Mao, los libros siempre a la mano esperando por cada posible minuto para ser recorridos por su mirada interesada. Sin ansiedad, puro y limpio deseo es lo que lo mantiene a los libros, la prensa y las revistas, peremnemente enganchado.

De mi padre me quedo para siempre con las posibilidades infinitas, las palabras por ser dichas, los abrazos por ser apretados. Me quedo con el temblor de la voz en la garganta que se hace siempre presente en la gente sensible ante la imposibilidad de sobreponerse a un instante de absoluta vulnerabilidad. El amor nos roba la sensatez y quizás por ello cuando pienso en Alfredo me rio y lloro al mismo tiempo. Rio por todo lo que su existencia confiada me enseño a merecer, a esperar y a querer. Lloro por lo que no nos hemos podido decir y quizás no sea necesario decir jamás.


Creditos

Fotografía de portada (detalle) por Vasco Szinetar

Este texto fue escrito originalmente para ser incluido en el libro ‘Al Tanto de mi mismo: Conversaciones con Alfredo Chacón’, escrito por Carmen Verde Arocha y Alejandro Sebastiani Verlezza, y publicado bajo la Colección Solar de la Editorial Eclipsidra en noviembre del 2021.


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