Nado, luego existo

By Carla Tofano

I swim, therefore I exist

 

Translation coming soon, Thank you for your patience


Credits

All Photos: Carla by Toby Deveson. Italy, 2019.
Translation: by Toby Deveson.

Nuoto, dunque esisto

 

Nuoto, dunque esisto.

Vivo sommersa in acque profonde da quando mi sono svegliata alla vita.

La mia modalità naturale di passare dall’interno all’esterno – e viceversa – assomiglia all’illusione di un atto di evasione.

Mi adatto ai tempi e svolgo i miei compiti e le mie mansioni quotidiane senza essere riuscita a comprendere appieno i limiti dell’esistenza intesa come uno spazio e un tempo specifico e strettamente delimitato.

Anche se a volte non si direbbe, io non ho mai imparato a camminare. Io so solo nuotare.

Forse per questo questi giorni di raccoglimento – imposti, per molti – sono stati per me una benedizione, un sollievo, una tregua, una parentesi per l’immersione profonda che tanto mi mancava da sempre.

1, 2, 3, 4, 5 …

Sono passati più di 60 giorni di isolamento quasi assoluto e la verità è che comincio a sentire l’urgenza di riepilogare alcune delle esperienze che così tanti momenti di solitudine mi hanno portato.

Al di là delle mie faccende quotidiane, in questi giorni di quarantena prolungata, mi sono concessa di sperimentare, improvvisare e giocare con la nozione di essere e restare nella prigione della mia acquatica e sfuggente personalità. Abitare in me senza fretta è stato molto rassicurante, ma solo perché mi sono permessa di farlo senza far crescere le mie aspettative. Ciò che alimenta la mia intuizione è un radar silenzioso e timido, che si fa facilmente travolgere dall’isterico urlare della mia voce razionale, e capire questo mi ha permesso di pescare forme alternative di sopravvivenza, che potrò mettere in pratica ogni volta che la realtà mi dovesse di nuovo affogare.

Come posso imparare a confidare nella mia capacità di percepire ciò di cui ho bisogno se non smetto di dare ordini assurdi alla mia bussola vitale?

Così come non posso ascoltare gli altri se non permetto loro di parlare – e questo è un difetto che ho sempre avuto – come posso sentire la mia, di voce, se sono sintonizzata – senza tregua – sui discorsi che mi si impongono dall’esterno?

Ho compreso in questi giorni, vivendo dentro l’unico posto dove mi sento davvero a casa, il mio corpo, che ascoltarmi non significa solo stare seduta nella posizione del loto con gli occhi chiusi per mezz’ora. Ascoltarmi con curiosa onestà vuol dire passare dal sentirmi testimone della mia temporanea incapacità di agire, per esempio, senza necessariamente cercare una soluzione a quello che potrebbe non essere un problema. Riconosco ciò che sono, tutto qui. Né lo capisco, né lo altero, né lo giustifico.

Ascoltarmi è anche osservarmi. Osservarmi divagante tra una fantasia ed una realtà, o tra una fantasia e l’altra, con la fluidità di un pesce spada, che non ha bisogno di tirare la testa fuori dal mare per riempirsi i polmoni d’aria.

Il semplice osservare dolce, neutrale, sospeso di un sentimento, o di una sensazione, o di un’emozione, o di un pensiero, o di un desiderio, mi ha riportata al centro. Non importa cosa occupa la mia attenzione. Ciò che è stato importante in questi giorni è stato soprattutto notare il modo in cui si occupa la mia umida attenzione. A cambiare è stato il ritmo ed è nel ritmo che si cela la vera ragione delle cose.

Nell’attivare il desiderio di una necessaria dose di isolamento, fortunatamente reversibile e di poetica autoinoculazione, ho scoperto che osservare me stessa è molto simile ad amare me stessa e farlo mi sembra giusto e necessario. Da quando stare a casa è diventata la mia nuova routine, sono riuscita a guardar me stessa per ore senza sentirmi in colpa. Per più di 60 giorni sono riuscita ad accompagnarmi per più di due secondi al giorno e ho scoperto una serena allegria in compagnia di me stessa.

Sono riuscita a guardarmi come chi segue un gatto da lontano. Sapendo che è proprio a questa distanza che si mantiene il privilegio dell’osservazione. Metaforicamente, l’osservazione mi perseguita e cerco di imparare da essa tutto ciò che è umanamente possibile.

In generale, come persona, non sono più ossessionata dalla produttività rispetto a tanti altri, ma come molti, mi giudico in base a ciò che sono riuscita a realizzare ad ogni giro delle 12 ore del giorno. Lo faccio senza rendermi conto che quasi tutto il mio rendimento dipende da ciò che non vedo o non capisco, e tuttavia così è.

Quello che mi succede quando sono in automatico, quando mi dissolvo con la realtà o quando riesco a mettermi a tacere come soggetto, mi definisce molto o più di quello che sono quando mi sento in diritto di farmi comandare dal grido di solenne proattività. Eppure, eccomi qui, come ogni giorno in questa occasione, a cercare di dare un senso pratico a questa giornata. Spiegando con le parole come è stato, per me, restare lontana dalla routine come la conoscevo fino al 17 marzo di quest’anno, l’ultima volta che sono uscita per strada per portare avanti il mio fino a quel momento abituale lavoro di modella in uno studio d’arte. L’ultimo giorno del mio lavoro ‘non convenzionale’, inquadrato nella mia routine ‘molto convenzionale’, l’ho trascorso circondato da esseri umani dedicati a creare a partire dall’osservazione di un oggetto vivente, che in questo caso ero io, armati di pitture ad olio, pennelli e aspirazioni.

E poi mi domando: cosa c’è di più artistico dell’improvvisare?

Cosa c’è di più creativo della possibilità di vedere la giornata come una tela bianca, o come un foglio di carta su cui non è stata ancora scritta una parola?

Ogni giorno della mia vita, da quell’ultimo giorno di lavoro nel mondo che fino a ieri consideravamo reale, è stato un’occasione per avere fiducia, crescere e creare.

Oltre che per fermarmi nel mio bisogno di vivere a galla, o, in mancanza di ciò, galleggiando tra sensazioni e desideri e proiezioni e ricordi.

Se nuotare le ore in un oceano che potrebbe benissimo essere una boccia per pesci è il mio forte, perché continuare a vagare nell’ostilità di una realtà di cui non amo o non condivido l’aridità?

In questi giorni di rifugio metafisico, mi sono concessa di essere pesce e gatto. Essere sole ed essere tetto. Mi sono concessa di essere lo sguardo onnipresente che immagino si guardi.

Molte altre cose concrete sono accadute nella mia vita dall’inizio della quarantena, soprattutto nel campo della creazione impegnata e indipendente, ma quello che prendo in considerazione al momento di fare un bilancio è questo spazio di vita pacifico nel quale ho riscoperto cosa significhi soffermarsi come cardine di un’azione che non cessa mai, ma che si nutre della sua illusoria sospensione.

La tendenza naturale in momenti come questi, caratterizzati da una lunga propensione introspettiva, è quella di generare azioni per colmare i vuoti. Tuttavia, penso che più ci si allontana dall’azione automatizzata, dalla necessità di una costante, contabile e continua produttività, più ci si riconcilia con il miracolo dell’essere e dello stare per il grande e semplice fatto di essere e di stare. Quanto più mi trovo alla deriva dall’arte di vivere in agitazione, tanto più divento palpitante e meno palpabile e tangibile mi sento.

Non so come mi vedevo prima, ma oggi, dopo lunghe giornate “passando dal letto al salotto” – come cantava il rockstar argentino Charly García – e a contatto con la mia stessa reclusione, mi vedo come un setaccio di paure e come un acchiappasogni e come una giostrina di nuvole di cotone. Mi vedo come un pesce che non annega in un bicchiere d’acqua mezzo pieno. Come un cubetto di ghiaccio che si scioglie sotto il fuoco inclemente di una giornata di sole, e come un raggio di luce pieno di particelle di polvere che sembra una granita di stelle. Mi vedo come una persona piena di porte e stanze da letto a cui vorrei affacciarmi, non sempre per capire o giudicare, e quasi sempre per abitarci. Sono fatta di cavità attraverso le quali drenano le migliori intenzioni e attraverso le quali colano anche le cattive intenzioni altrui. Cavità che sono scomode ma che pare non siano negoziabili.

Non vorrei essere fraintesa, questi giorni di incertezze e di sospensione e di autoesilio non sono stati solo per crogiolarmi in vecchi dolori in modo gratuito o deprimente.
Quello che senza dubbio ho scoperto è che avere il tempo di leccarmi le ferite sarà sempre un privilegio, mai una condanna.

Dove c’è acqua c’è vita e dove c’è vita ci sono lacrime che sono canoe che si avventurano in viaggi senza destinazione finale e senza luogo di ritorno. Per ora non posso e non voglio risolvere nulla. Per ora nuoto nelle acque che sono quando nessuno mi guarda.

In questo minuto di tempo sospeso nel tempo di tutti i tempi, a volte mi immergo nelle densità oceaniche della vita e a volte rimango a galla. Solo questo.

Non voglio nemmeno sapere perché, anche se non mi manca nulla, a volte sento che mi mancheranno giorni, che una sola vita non è sufficiente per percorrere la strada della mia conquista. Forse è dovuto al fatto che per ora mi collego con la mia casa interiore come uno che esplora le belle rovine di un sottomarino sepolto in fondo al mare. Pieno di ruggine sulle finestre e di alghe marine che non ti permettono di guardare la tua ombra.

Nel silenzio di questi giorni di pausa cerco la volontà di credere, di creare e di ascoltare me stessa parlare bollicine sott’acqua. Niente sembra troppo diverso, eppure tutto ha continuato a cambiare.

1, 2, 3, 4, 5, … 69, 70… Sono qui. Io esisto. Io nuoto.

Mi sono lasciata cullare dalle acque pulite del cosmo. Io fluisco, dunque esisto.


Crediti

All Photos: Carla by Toby Deveson. Italy, 2019.
Translation: by Valentina Sarno.

He vivido sumergida en aguas profundas desde que desperté a la vida.

Mi forma natural de transitarme desde adentro y hacia afuera – y viceversa – se parece a la ilusión de un acto de escapismo.

Me adapto al tiempo y cumplo con mis tareas y faenas diarias sin haber logrado comprender del todo las limitaciones de la existencia entendida como un espacio y un tiempo específicos y estrictamente delimitados.

Aunque a veces no lo parezca nunca aprendí a caminar. Yo solo sé nadar.

Quizás por ello estos días de recogimiento – forzoso para muchos – han sido para mí una bendición, un alivio, un respiro, un paréntesis para la inmersión profunda que tanta falta me ha hecho siempre.

1, 2, 3, 4, 5 …

Más de 60 días de casi absoluto aislamiento han transcurrido y la verdad es que empiezo a sentir la urgencia de recapitular algunas de las vivencias que tantos instantes en soledad me han traído.

Apartada de mis faenas cotidianas, durante estos días de extendida cuarentena, me he permitido experimentar, improvisar y jugar con la noción de ser y estar en la cárcel de mi personalidad acuática y escurridiza. Habitarme sin prisas ha sido muy reconfortante, pero solo porque me lo he permitido sin hacerme mayores expectativas. Lo que alimenta mi intuición es un radar silencioso y tímido, que fácilmente se deja apabullar por los gritos histéricos de mi voz racional, y entender esto me ha permitido pescar formas alternativas de supervivencia, que podré poner en práctica cada vez que la realidad me ahogue de nuevo.

¿Cómo puedo aprender a confiar en mi capacidad de intuir lo que necesito si no dejo de darle órdenes absurdas a mi brújula vital?

Del mismo modo que no logro escuchar a otros si no los dejo hablar – y este es un defecto que he tenido siempre ¿Cómo puedo escuchar mi propia voz si estoy sintonizando – sin pausa – alocuciones que se me imponen desde el exterior?

He comprendido en estos días habitando la única casa que en el fondo es hogar, mi cuerpo, que escucharme no pasa solo por sentarme en posición de loto con los ojos cerrados por media hora. Escucharme con curiosa honestidad pasa por ser testigo de mi temporal incapacidad para la acción, por ejemplo, sin buscar necesariamente una solución a lo que podría no ser un problema. Reconozco lo que soy, solo eso. Ni lo entiendo ni lo altero ni lo justifico.

Escucharme es también observarme. Observarme divagar de una fantasia a una realidad, o de una fantasia a otra fantasia, con la fluidez de un pez espada, que no necesita sacar la cabeza del mar para llenar de aire sus pulmones.

La simple observación gentil, neutral, suspendida, de un sentimiento, o de una sensación, o de una emoción, o de un pensamiento, o de un deseo, me ha devuelto al centro. Da igual que ocupa mi atención. Lo importante en estos días ha sido sobre todo notar el modo en el que mi húmeda atención se ocupa. Lo que ha cambiado ha sido el ritmo y es en el ritmo que se esconde la verdadera razón de ser de las cosas.

Al activar el deseo de una necesaria dosis de aislamiento, afortunadamente reversible y de auto inducida inoculación poética, he descubierto qué observarme es muy parecido a quererme y que hacerlo se siente justo y se siente necesario. Desde que estar en casa se ha vuelto mi nueva rutina, he logrado mirarme por horas sin sentirme culpable por hacerlo. Desde hace mas de 60 días he logrado acompañarme por mas de dos segundos al día y he descubierto serena alegría en mi propia compañía.

He logrado mirarme como quien sigue a un gato desde lejos. Sabiendo que es justamente en esa distancia que el privilegio de la observación se sostiene. Metafóricamente la observación me persigue e intento aprender de esta todo lo humanamente posible.

En general, como persona, no estoy mas obsesionada con la productividad que muchos otros, pero como muchos, me juzgo de acuerdo a lo que soy capaz de completar con cada vuelta alrededor de las 12 horas del día. Y esto lo hago sin darme cuenta de que casi la totalidad de mi rendimiento depende de lo que no veo o no entiendo, y que sin embargo me ocurre.

Lo que me sucede cuando estoy en automático, cuando me disuelvo con la realidad o cuando logro silenciarme como sujeto, me define tanto o mas de lo que soy cuando me siento en el derecho de ser a gritos de solemne pro actividad. Y sin embargo, eme acá, como cada día, en esta oportunidad intentando darle sentido práctico a este día, explicando con palabras lo que para mi ha sido estar alejada de la rutina tal y como la conocía hasta el día 17 de marzo de este año, que fue la ultima vez que salí a la calle a cumplir con mi hasta entonces habitual trabajo como modelo en un estudio de arte. Mi ultimo día de trabajo ‘no convencional’, enmarcado en mi ‘convencionalísima’ rutina, transcurrió rodeada de seres humanos dispuestos a crear desde la observación de un objeto vivo, que en ese caso era yo, armados de oleos y pinceles y aspiraciones.

¿Y entonces me pregunto, qué podría ser mas artístico que la improvisación?

¿Qué podría ser mas creativo que la posibilidad de ver el día como un lienzo en blanco, o como una hoja de papel en la que ninguna palabra a sido aun escrita?

Cada día de mi vida desde aquel lejano ultimo día de trabajo presencial en el mundo que hasta ayer considerábamos real, ha sido una oportunidad para confiar, crecer y crear.

También para detenerme en mi propia necesidad de vivir estando a flote, o en su defecto, flotando entre sensaciones y deseos y proyecciones y recuerdos.

¿Si nadar las horas en un océano que podría perfectamente ser una pecera, es mi fuerte, por qué seguir deambulando la hostilidad de un realidad cuya aridez no me simpatiza ni simpatiza conmigo?

En estos días de refugio metafísico, me he permitido ser pez y ser gato. Ser sol y ser tejado. Me he permitido ser la mirada omnipresente que imagino se mira.

Muchas mas cosas concretas de las imaginables han sucedido en mi vida desde que comenzó la cuarentena, especialmente en el terreno de la creación comprometida e independiente, pero lo que considero a la hora de hacer balance, es este apacible espacio vital desde el cual he re descubierto lo que significa la pausa como bisagra de la acción que nunca cesa pero que se nutre de su ilusoria suspensión.

La tendencia natural en momentos como estos, de larga pulsión introspectiva, es la de generar acciones para llenar vacíos. Sin embargo, yo pienso que mientras mas nos alejamos de la acción automatizada, de la necesidad de productividad constante, contable y continua, en mayor medida nos reconciliamos con el milagro de ser y de estar por el grandioso y mero hecho de estar y de ser. Mientras más sola y más a la deriva del arte de vivir agitadamente me encuentro, mas palpitante me vuelvo, y menos palpable y tangible me siento.

No se como me veía antes, pero hoy por hoy, después de largos días ‘yendo de la cama al living’ – como cantaba el rock star argentino, Charly García – y en contacto con mi propio encierro, me veo como un colador de miedos y como un atrapa sueños y como un móvil de nubes de algodón. Me veo como un pez que no se ahoga en un vaso de agua medio lleno. Como un cubo de hielo derritiéndose bajo el inclemente fuego abrazador de un día de sol, y como un rayo de luz lleno de partículas de polvo que parece granizado de estrellas. Me veo cómo alguien llena de puertas y recamaras por las que quiero asomar la mirada, no siempre para entender o juzgar, y casi siempre para habitarlas. Estoy hecha de hoyos por los que se drenan las mejores intenciones y por los que se cuelan también las malas pulgas de otros. Huecos que son incomodos pero que no parecen negociables.

No quisiera ser mal interpretada, estos días de incertidumbre y pausa y auto exilio, no han sido solo para regocijarme en dolores viejos de un modo gratuito o depresivo.
Lo que sin duda he descubierto es que tener tiempo para lamerme las heridas será siempre un privilegio, jamás una condena.

Donde hay agua hay vida y donde hay vida hay lagrimas que son canoas que se aventuran a emprender viajes sin destino final y sin lugar de retorno. Por ahora no puedo ni quiero resolver nada. Por ahora nado las aguas que soy cuando nadie me mira.

En este minuto de tiempo suspendido en el tiempo de todos los tiempos, a ratos me sumerjo en las densidades oceánicas de la vida y a ratos me mantengo a flote. Solo eso.

Ni siquiera quiero saber por qué si bien nada me falta, a veces siento que me faltarán días, que una sola vida no basta para navegar el camino hacia mi propia conquista. Quizás se deba al hecho de que por ahora me conecto con mi casa interior como quién explora las hermosas ruinas de un submarino enterrado en el fondo del mar. Lleno de oxido en las ventanas y algas movedizas que no te permiten mirar tu sombra.

En el silencio de estos días de pausa busco la voluntad necesaria para creer, crear y escucharme hablar burbujas debajo del agua. Nada parece demasiado distinto, y sin embargo, todo ha estado cambiando.

1, 2, 3, 4, 5…69, 70… Estoy aquí. Existo. Nado.

Me dejo revolcar por las aguas limpias del cosmos. Fluyo, luego existo.


Creditos

All Photos: Carla by Toby Deveson. Italy, 2019.


Hija de Neptuno

by Carla Tofano

8th May 2020

Desde que tengo uso de razón, la astrología me ha resultado fascinante. More

Extravagante melancolía

by Carla Tofano

6th April 2020

Si la memoria no me traiciona la última vez que viaje a More

Mi cuerpo: mi pena y mi gloria

by Carla Tofano

20th March 2020

Llegamos a Imlil un domingo en la tarde. Éramos 5 y veníamos de More

Mercurio retrogradando entre mis palmeras

by Carla Tofano

29th February 2020

Ustedes quizás ya saben que Mercurio retrograda entre tres y cuatro veces More

Intimidad Sangrienta

by Carla Tofano

10th January 2020

En la actualidad la menstruacion es un tema candente. Mucho se ha More

Las vidas secretas de este vestido

by Carla Tofano

8th January 2020

Como ocurre con los sucesos y las cosas predestinadas, este vestido asomó More

¿Cuál Metralla? ¿Por qué Metralla?

by Carla Tofano

7th December 2019

Este especifico texto será para responder una pregunta que recibí YouTube. La More

Yo Soy Deseo

by Carla Tofano

22nd October 2019

No recuerdo desde cuando, supongo que desde siempre, he vivido al servicio More

A Window Into The Soul

by Toby Deveson

3rd October 2019

Carla’s words are her art. And as such I have never seen her More

Lenguas Que Se Encuentran

by Carla Tofano

1st October 2019

No acordarte en que momento comenzaste a hablar una segunda lengua es More

The Queen of Selfies

by Toby Deveson

19th September 2019

In a rather delicious twist within my multi-layered, multi-faceted relationship with Carla More

La Piel De Mi Destino

by Carla Tofano

16th September 2019

Hace once anos me embarque junto a mi familia en un viaje More

Welcome To Metralla Rosa

by Toby Deveson

1st July 2019

Bienvenidos, benvenuti and welcome to what is unashamedly and unapologetically a love More