Guest Blog

By Anna McNay

Toby Deveson: embracing the most sacred depths of souls

 

Dance as the narration of a magical story; that recites on lips, illuminates imaginations and embraces the most sacred depths of soulsShah Asad Rizvi

Before becoming a photographer, Toby Deveson wrote music. ‘Avant garde, atonal and arrhythmic’ is how he describes it. ‘Jarring and jolting’. Even his use of alliterative adjectives – whether intentional or not – has a sense of the lyrical, and, born and largely brought up in Italy, he is certainly a passionate Romantic, in the true sense of the word (originating from a Romance country). Although his photographic journey began as one of documentary, his preferred genre these days is landscape: always black-and-white, always analogue, always full-frame negative. Deveson, in part, still approaches these images as if they were documentary, however: he seeks to capture not a story, per se – that, he says, would be too simple – rather the emotions of the place and the moment, that je ne sais quoi which will provoke a reaction and, he hopes, move the viewer to tears.

Deveson’s photographic compositions are infused with his talent for musical composition, and his approach, too, is similar. He speaks of finding the geometric pattern in the viewfinder, abstracted to the point where you almost don’t see what it is; you don’t see the textures or the shape, you just see the overall jigsaw. As Henri Cartier-Bresson said: ‘Thinking should be done before and after, not during photographing,’ and Deveson, likewise, describes building a foundation – a solid and stable structure with science, knowledge and experience – on which to then let his instinct loose to do something ‘nebulous and creative’, to dance as the narration of a magical story.

Musician Brian Eno uses the metaphor of gardening for his compositional process: ‘The gardener takes his seeds and scatters them, knowing what he is planting but not quite what will grow where and when’. Deveson, similarly, admits to not necessarily knowing why he pours a certain chemical where and when he does, why the result is as it is, or why it looks good (or not!) – he simply learned what he needed to know through time and habit – he is largely self-taught – and follows his intuition.

But his compositional process is not a solo dance, it is a pas de deux with a quite extraordinary and demanding partner – Mother Nature. Nevertheless, Deveson takes the leading role – after all, as Ansel Adams made clear, ‘you don’t take a photograph, you make it’. ‘You’re having to let what’s in front of you into the camera, but also put yourself into the camera from behind,’ says Deveson, who sees the process as a two-way conversation – indeed, a dance, or the intimate – and often intricate – choreography of a relationship. ‘It’s exhilarating,’ he adds. ‘A relationship infused with wonder and awe, passion and fear. A relationship with an undercurrent of playfulness and power and a constant sense of potential danger.’ As in any union, it’s a case of holding one’s own shape, while respecting that of the other – meeting midway, caressing, moulding a little to each other’s form, becoming a ‘we’, but ultimately remaining two ‘I’s. Deveson speaks of the immense challenge of placing his style and emotions on to something as vast and imposing as Mother Nature: ‘To not be engulfed by her, and to not rely on her to provide you with a stunning image, but to work with her and create something unique from something so universal’.

To this end, Deveson travels widely, frequently driving for hours at a time, a vague plan half hatched, his route being steered, nevertheless, by his wayward dance partner. He seeks to experience as much of her as he can, to celebrate her gifts, to rise to her challenges, to capture that elusive moment in their relationship when everything changes, when something is learned and can never again be unknown. As with most significant realisations, these often only come later, when he returns to his darkroom and exposes the fragments of a partially recollected dream, reliving them all the more vividly for their bright monochrome. The dream as a whole, however, can never be fully resuscitated, leaving Deveson – and, in turn, his viewer – with the narration of a magical story, weaving in the unique stance of the present, and that of the individual’s past. Cartier-Bresson coined his famous term ‘the decisive moment’ to describe the fact that ‘photography is the simultaneous recognition, in a fraction of a second, of the significance of an event as well as of a precise organisation of forms which give that event its proper expression’. Just as no two performances of a given dance will ever be identical, the event itself is necessarily ephemeral, but the image Deveson makes represents the essence thereof, recites on lips, illuminates imaginations and embraces the most sacred depths of souls.

©Anna McNay, 2020


Anna McNay also interviewed Toby for Studio International, which you can read here.




From Dark to Light and West of the Sun trailer by James Shannon


Credits

Text: written by Anna McNay Website | Twitter | Instagram | Facebook
Cover Photo: Toby in Iceland, May 2019 by Rob White.
Photography: by Toby Deveson
Films: by James Shannon

Toby Deveson: Abbracciando la più sacra profondità dell’anima

 

Danza come il racconto di una storia magica; che, recitata sulle labbra, illumina l’immaginazione e abbraccia la più sacra profondità dell’animaShah Asad Rizvi

Prima di diventare fotografo, Toby Deveson ha scritto musica. ‘Avant-garde, atonale e aritmica’ così la descrive. ‘Stridente e scuotente’. Perfino l’allitterazione nell’uso di questi aggettivi – che sia intenzionale oppure no – trasmette un senso lirico, e, nato e cresciuto in Italia, Toby è di sicuro un appassionato romantico, nel vero senso della parola (con un’origine legata a un paese di lingua romanza). Sebbene abbia iniziato il suo percorso nella fotografia come documentarista, attualmente il suo genere preferito è la paesaggistica: sempre in bianco e nero, sempre analogica, sempre con negativo full-frame. Deveson, in parte, imposta queste immagini come se facessero parte di un documentario, però: cerca di catturare non una storia in sé stessa – il che, dice, sarebbe troppo semplice – ma piuttosto le emozioni suscitate dal luogo in quel momento, quel je ne sais quoi in grado di provocare una reazione e, come lui stesso spera, commuovere chi guarda.

Le opere fotografiche di Deveson sono pervase dal suo talento per la composizione musicale, e anche il suo approccio è simile. Spiega che si tratta di trovare il modello geometrico nel mirino a pentaprisma, rendendolo astratto quasi fino al punto di non riuscire a riconoscere che cosa sia; non si vede la consistenza o la forma, ma solo l’enigma finale. Come ha detto Henri Cartier-Bresson, ‘si dovrebbe pensare prima e dopo, non mentre si scatta una fotografia’, e, allo stesso modo, Deveson descrive la costruzione di una base – una struttura solida e stabile grazie alla ricerca, alla competenza e all’esperienza – su cui, in un secondo momento, lasciare il suo istinto libero di creare qualcosa di ‘nebuloso e creativo’, di danzare come il racconto di una storia magica.

Il musicista Brian Eno usa la metafora del giardinaggio per spiegare il suo processo compositivo: ‘Il giardiniere prende i suoi semi e li sparge, sapendo cosa sta seminando, ma non del tutto cosa crescerà, dove e quando’. Così, anche Deveson ammette di non sapere necessariamente per quale motivo versi una sostanza chimica, dove e quando lo faccia, perché il risultato alla fine sia quello, o perché sembri bello (oppure no!) – semplicemente ha imparato ciò che gli era necessario sapere grazie al tempo e all’esperienza- ed essendo in gran parte autodidatta, segue la sua intuizione.

Ma il suo processo compositivo non è un assolo, è un pas de deux con una partner davvero straordinaria ed esigente: Madre Natura. Eppure, è Deveson che conduce la danza – dopotutto, come ha precisato Ansel Adams, ‘non si scatta una foto, la si crea’. ‘Devi lasciare che quello che è di fronte a te entri nella fotocamera, ma allo stesso tempo metterci dentro te stesso da dietro’, dice Deveson, che considera questo procedimento come un dialogo tra due persone – una danza, più precisamente, oppure l’intima, e spesso intricata, coreografia di una relazione. ‘E’ esaltante’ – aggiunge – ‘Una relazione intrisa di stupore e ammirazione, passione e timore. Una relazione con un sottofondo di giocosità e di forza, accompagnata da un senso costante di pericolo incombente’. Come in qualsiasi unione, si tratta di mantenere la propria fisionomia, e allo stesso tempo rispettare quella dell’altro – incontrarsi a metà strada, accarezzarsi, modellarsi un po’ secondo la forma dell’altro, diventare ‘noi’, però rimanendo, in fondo, due ‘io’. Deveson parla della grandissima sfida di contrapporre il suo stile e le sue emozioni a qualcosa di così vasto e grandioso come Madre Natura. ‘Senza lasciarmi travolgere da lei, e senza dipenderne per ottenere un’immagine spettacolare, ma riuscendo a collaborare per creare qualcosa di unico partendo da qualcosa di così universale’.

Con questo obiettivo, Deveson viaggia per il mondo, spesso guidando per ore senza fermarsi, con un vago progetto definito a metà, lasciando tuttavia decidere l’itinerario dalla sua imprevedibile compagna di ballo. Egli cerca di conoscere quanto più è possibile su di lei, per celebrarne i doni, per accettarne le sfide, per catturare quell’attimo fuggente in cui nella loro relazione tutto cambia, qualcosa finalmente si svela e non potrà più rimanere nel mistero. Come spesso accade per le rivelazioni più significative, esse si manifestano esclusivamente in un secondo momento, quando il fotografo torna nella camera oscura e fa venire alla luce i frammenti di un sogno rievocato solo in parte, riuscendo a riviverli ancor più nitidamente grazie al luminoso bianco e nero. Ma il sogno nella sua interezza non potrà mai più essere pienamente rivissuto, lasciando Deveson – e, a sua volta, colui che guarda – davanti al racconto di una storia magica, intrecciandone i fili dall’unico punto di vista del presente, e da quello costituito dal passato dell’individuo. Cartier-Bresson ha coniato la sua famosa espressione ‘il momento decisivo’ per descrivere il fatto che ‘la fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento e dell’organizzazione delle forme che danno a quell’evento la sua giusta espressione’. Proprio come le due rappresentazioni di una determinata danza non potranno mai essere identiche, allo stesso modo l’evento in sé è effimero, ma l’immagine che Deveson crea, e che ne rappresenta l’essenza, recita sulle labbra, illumina l’immaginazione e abbraccia la profondità più sacra dell’anima.

©Anna McNay, 2020


Anna McNay also interviewed Toby for Studio International, which you can read here.




From Dark to Light and West of the Sun trailer by James Shannon


Crediti

Text: written by Anna McNay Website | Twitter | Instagram | Facebook
Cover Photo: Toby in Iceland, May 2019 by Rob White.
Photography: by Toby Deveson
Films: by James Shannon
Translation: by Alessandra Greco.

Toby Deveson: abrazando la mas sagrada profundidad del alma

 

Baila como la narración de una historia mágica; que se recita en labios, y que ilumina imaginaciones y abraza las mas sagradas profundidades del almaShah Asad Rizvi

Antes de convertirse en fotógrafo, Toby Deveson escribía música. ‘Avant garde, atonal y arrítmica’ es así como él la describe. ‘Sobresaltada y sacudida’. Incluso su uso de aliterados adjetivos – hayan sido estos intencionalmente escogidos o no – tienen un sentido lírico, y, nacido y crecido en Italia, Toby es ciertamente un romántico apasionado, en el sentido literal de la palabra (originada en un país de lengua romance). Aunque sus andanzas fotográficas comenzaron como fotógrafo documental, su genero preferido en estos días es la fotografía de paisaje: siempre en blanco y negro, siempre análoga y siempre incluyendo el encuadre completo del negativo original. Deveson, en parte, se acerca a estas imágenes como si se tratara de imágenes documentales, sin embargo: no buscando capturar una historia per se – que dice, sería demasiado simple – sino las emociones presentes en el lugar, ese je ne sais quoi, que provocará una reacción, y que moverá al espectador hasta las lágrimas.

Las composiciones fotográficas de Toby están infiltradas por su talento por la composición musical, y su acercamiento es también similar. El habla de encontrar el patrón geométrico en el visor, abstraído hasta el punto en que casi no se ve lo que es, no verás las texturas o las formas originalmente retratadas, solo el rompecabezas final. Como Henri Cartier-Bresson dijera: se debe pensar antes y después de hacer la fotografía, no mientras se dispara, y Deveson, construye a su vez – una sólida y estable estructura entre ciencia, conocimiento y experiencia – sobre la que deja que estos instintos puedan perderse para alcanzar algo ‘nebuloso o creativo’, que baile como la narración de una historia mágica.

El músico Brian Eno se vale de la jardinería como metáfora para su proceso de composición: ‘El jardinero toma su semilla y la dispersa, sabiendo lo que está plantando pero sin saber exactamente que crecerá, donde o cuando’. Deveson, de forma similar, admite no saber necesariamente por qué vierte un químico específico, ni donde ni como lo hace, o por qué el resultado es el que es, o por que se ve bien (¡o no!) – el sencillamente aprendió lo que necesita saber a través del tiempo y el hábito – y siendo ampliamente autodidacta – sigue su intuición.

Pero su proceso de composición no es un baile en solitario, es una danza a pas de deux con una pareja extraordinariamente exigente – la madre naturaleza. Sin embargo, Deveson lidera el baile – después de todo, como Ansel Adams lo ha dejado claro, ‘tu no tomas una foto, tu la haces’. ‘Tienes que dejar que lo que está frente a ti entre en la cámara, pero también tienes que ponerte tú mismo en la cámara desde atrás’, dice Deveson, quien ve el proceso como una conversación bidireccional, de hecho, como un baile íntimo – y a menudo intrincado – cuya coreografía será dictada por la relación de las partes. ‘Una relación llena de asombro y admiración, pasión y miedo. Una relación con un trasfondo de juego y poder y una constante sensación de potencial peligro’. Como en cualquier unión, se trata de mantener la propia forma, respetando la del otro: encontrarse a mitad de camino, acariciandose, amoldando un poco las formas en el encuentro, transformándote en un ‘nosotros’, que en última instancia sigue siendo la suma de dos ‘yo’ diferenciados. Deveson habla del inmenso desafío que requiere el colocar su estilo y sus emociones en algo tan vasto e imponente como lo es la naturaleza: ‘Sin dejarme envolver por ella, sino trabajando junto a ella para crear desde su deslumbrante universalidad, algo único’.

Con este fin, Deveson viaja mucho, con frecuencia conduciendo durante horas seguidas, con un plan vago, a medio tramar, sin embargo, con una ruta dirigida por su descarriada pareja de baile. Busca experimentar tanto de ella como pueda, para celebrar sus dones, para estar a la altura de sus desafíos, para capturar ese momento esquivo en el que todo cambia, cuando algo se aprende y nunca más puede ser desconocido. Como ocurre con la mayoría de los alumbramientos significativos, estos a menudo llegan más tarde, cuando regresas al cuarto oscuro y expones los fragmentos de un sueño parcialmente recogido, reviviéndolos aún más vívidamente por su brillante monocroma. Sin embargo, el sueño en su conjunto no puede resucitarse por completo, dejando a Deveson – y, a su vez, a su espectador – con la narración de una historia mágica, tejiendo la postura única del presente y la del pasado del individuo. Cartier-Bresson acuñó su famoso término ‘el momento decisivo’ para describir el hecho de que ‘la fotografía es el reconocimiento simultáneo, en una fracción de segundo, de la importancia de un evento, así como de una organización precisa de las formas que dan a ese evento su justa expression’. Dos representaciones de una danza determinada nunca serán idénticas, el evento en sí mismo es efímero, pero la imagen que Deveson crea representa su esencia, recitada en labios, y que ilumina imaginaciones y abraza las mas sagradas profundidades del alma.

©Anna McNay, 2020


Anna McNay también entrevistó a Toby para Studio International, que puede leer aquí.




From Dark to Light and West of the Sun trailer by James Shannon


Credits

Text: written by Anna McNay Website | Twitter | Instagram | Facebook
Cover Photo: Toby in Iceland, May 2019 by Rob White.
Photography: by Toby Deveson
Films: by James Shannon
Translation: by Carla Tofano.


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