Naiguatá

By Carla Tofano

I don’t think I’m particularly interested in the specifics surrounding the circumstances of this photo, though it was probably taken on a sunny weekend in who knows what year. I am the little girl on the right and if my powers of observation do not fail me – in this case my memory definitely does – she looks as if she is two years old, which means this photo was probably taken on a Saturday in 1974. I am guessing it was a Saturday because throughout my childhood and into my adolescence, my mother, sister and I went to the beach religiously every Saturday and, while I do not remember the particular day this photograph was taken, I remember my mother well enough to know that she brought a level of regularity and discipline to family days out and, for as long as she was alive, beach days were always, without exception, on a Saturday.

This is the only photo I have of all four of us: my mother, father, sister and I on one of our trips to the beach. My mother and father divorced when I was two years old. I don’t remember ever seeing them together. In fact, not only is this the only photo I have that shows a happily united family, it is also the only image I know of in which the four of us are in the same space, at the same time. The reality of a day out at the beach is not, of course, black and white and perhaps because of this – although I could easily allow myself to picture ourselves immersed in my loving, rose-tinted wishes – when I see it, I only seem to impose imaginary dramas and secrets onto it.

The night that Alfredo, my father, left home never to return, he and Tecla, my mother, had gone to the cinema together. My father drove a bottle-green Mercedes that I can still remember because it had leather seats that became very hot when it wasn’t parked in the shade. They had used it to go out that evening and, according to my sister (who occasionally told the story), when they got back they drove through the electric gate and into the car park of the building in which we lived. My mother immediately got out of the car, intending to come and check that her girls were ok, in bed and that everything was under control but, on this occasion her intentions were brutally shattered by the turn of a steering wheel that would change the course of history for the four of us forever. Instead of going on to park the car and join my sister, mother and I inside, my father stopped to say goodbye to Tecla in the car park, explaining that he had a suitcase in the boot of the car, packed with all he needed to begin a new life’s journey. A journey which would, of course, never bring him home again.

I wonder if, on that warm afternoon by the sea in the black and white shade of the trees along the beach, my father was silently chewing on his recent decisions alongside the dogfish empanada he held in his hand. Perhaps the reason his head is thoughtfully bowed is because he was sorting out the details of a plan that wasn’t easy to decide upon. My father is someone who loves harmony, instinctively hates conflict and will go to great lengths, internally and externally to avoid it. My mother, on the other hand, would tolerate almost anything – effort, sacrifice, tears or tension – in order to avoid having a moment of peace that had been achieved through compromising her right to fight for the truth. That night – the first night of their separation – Alfredo would have driven away, suffocating any attempts there may have been to have a momentous argument. Those unspoken words were now forever etched into the rear of that bottle green Mercedes Benz, with its cream coloured leather seats and four doors that had just become emergency exits. The only argument that took place that night remained within the veins of Tecla’s neck which, from that moment, had altered her appearance forever more. While my father’s indefinitely postponed words lived on in his beard and his nervous laughter. Everything that was left unsaid that night – and not through a lack of sincerity or lack of disposition for the truth – was captured in the silence of this photograph, which surely must have been an accidental premonition of the separation to come.

As strong as the most solid oak trunk, my mother continued to take my sister, Claudia and I to that same beach in Naiguatá, every weekend for years to come, and yet I don’t remember seeing her sitting on that same stone wall ever again. So to see Alfredo sat there, next to us, frozen in time thanks to the magic of captured light, seems serenely surreal to me. As if it were a collage of time and space, a dyslexic juxtaposition of many realities. Naiguatá was, after all, Tecla’s beach and, thanks to her thirst for routine as well as the sea, she never renounced its sweet salty waves or the warm Caribbean location. On Saturdays, every Saturday without exception, the three of us – my sister, my mother and I – ate beach with our veal sandwiches, or our onion omelette with the surrounding cayenne flowers. Every Saturday we went back and, while I made friends and my sister became as tanned as a stick of cinnamon, Tecla would read for hours on end, drowning in a sea of letters that resuscitated her and gave her shelter.

In this image I see four healthy and sane survivors, rewriting their future present.


Credits

Photograph by: Franca Donda
Translated by: Toby Deveson & Carla Tofano

Non credo mi interessi troppo la storia precisa della circostanza da cui è scaturita questa foto, scattata probabilmente in una soleggiata giornata di fine settimana, chissà esattamente di quale anno. Io sono la bimba che compare a destra e se non m’inganna la vista – in questo caso m’inganna sicuramente la memoria – dovevo avere due anni, per cui presumo che questa foto sia stata scattata approssimativamente un sabato del 1974. Suppongo si tratti di un sabato perché, durante la mia infanzia e la mia adolescenza, tutti i sabati, devotamente, andavo alla spiaggia con mia madre e mia sorella e anche se non mi ricordo del giorno fissato per sempre in questa foto, ricordo mia madre abbastanza bene da immaginare che abbia sempre saputo definire con la più rigida disciplina i programmi della famiglia, così che i giorni dedicati alla spiaggia, finché è stata in vita, siano stati i sabati quasi senza eccezione.

Questa è l’unica foto che ho di noi quattro: mia madre, il mio papà, mia sorella ed io durante una di queste passeggiate alla spiaggia di fine settimana. Mio padre e mia madre divorziarono quando io avevo due anni. Non ricordo di averli mai visti insieme. In realtà questa foto non solo è l’unico accenno a una famiglia felicemente unita che ho, ma è anche l’unica immagine che ricordo di noi quattro riuniti in un medesimo spazio e tempo. La realtà di un giorno al mare non è in bianco e nero e forse proprio per questo, sebbene questa foto potrebbe darmi la possibilità di pensare a noi secondo immagine e somiglianza dei miei desideri più affettuosi, guardandola mi si affacciano alla mente solo pensieri pervasi di drammi e di segreti.

La sera che Alfredo, il mio papà, se ne andò di casa per non tornarci mai più, lui e Tecla, mia madre, erano andati al cinema insieme. Mio padre guidava una Mercedes color verde bottiglia che ricordo bene perché aveva dei sedili di pelle che si riscaldavano terribilmente quando non parcheggiavano la macchina all’ombra. Se ne andarono insieme al cinema con quella macchina, quella sera, e secondo la leggenda, a volte raccontata da mia sorella Claudia, al ritorno, passarono attraverso il portone automatico che faceva accedere al parcheggio del palazzo dove abitavamo. La mia madre scese dall’auto per salire il più presto possibile a controllare che le bambine stessero bene, a letto, e che tutto fosse sotto controllo, ma in quell’occasione la solita routine si trovò brutalmente alterata da un cambio di marcia che avrebbe modificato per sempre la storia di noi quattro, il corso delle cose. Mio padre, invece di andare a posteggiare la macchina e raggiungerci a casa, salutò Tecla nel parcheggio del palazzo, spiegando che aveva nel portabagagli una valigia con le cose necessarie per iniziare a percorrere il bivio di una nuova esperienza. Bivio che ovviamente non lo fece mai più tornare indietro.

Mi chiedo se in quel caldo pomeriggio al mare, all’ombra di quel pergolato sulla spiaggia in bianco e nero, mio padre masticasse in silenzio la sua empanada di squalo insieme alle decisioni appena prese. Mi chiedo, inoltre, se stesse mettendo in ordine i dettagli di un piano che era necessario portare a termine, anche se non era facile deciderlo e per questo abbassava la testa pensieroso. Mio padre è un essere che ama l’armonia, odia istintivamente i conflitti ed è capace di molti aggiustamenti interiori ed esteriori per evitarli. Mia madre, al contrario, sopportava quasi tutto, qualsiasi sforzo, qualsiasi sacrificio, persino le urla, le tensioni, a condizione di non fingere nemmeno per un istante la pace, cosa che le sarebbe costato il diritto di battersi per la verità. Quella sera, la prima sera di separazione, Alfredo si allontanò soffocando qualsiasi tentativo di lite epica. Le parole azzittite rimasero da allora incise per sempre nella valigia di quella Mercedes Benz verde bottiglia con i sedili di pelle color crema a quattro porte, che erano anche quattro uscite d’emergenza. Le discussioni che quella sera ebbero luogo solo nelle vene del collo di Tecla, non ne fuoriuscirono mai e ne alterarono l’aspetto per tutta la vita. Nella barba di mio padre e nella sua risata nervosa avevano preso posto anche le sue parole per sempre rinviate. Tutto quello che non si son detti quella sera, non per mancanza di sincerità o di attitudine alla verità, ma per strategia di sopravvivenza, è rimasto scritto in questa immagine silenziosa che ha potuto solo essere un antecedente casuale di una separazione annunciata.

Forte come il più solido tronco di quercia, mia madre continuò a portare me e mia sorella Claudia a quella stessa spiaggia di Naiguatá ogni fine settimana per anni, anche se non ricordo di averla mai più vista seduta su quello stesso muretto di pietra. Per questo, vedere Alfredo proprio lì, insieme a noi, in questa immagine, grazie al mistero della luce congelata, mi sembra serenamente surreale. Come se si trattasse di un collage di spazio e tempo, come una dislessica contrapposizione di realtà diverse. Dopotutto Naiguatá era la spiaggia di Tecla, che assetata di certezze e di mare, non rinunciò mai alle sue dolcissime onde di sale e alla sua calda vicinanza ai Caraibi. I sabati, tutti i sabati senza nessuna eccezione, noi tre – mia sorella, mia madre ed io – mangiavamo sabbia e pane con la cotoletta o sabbia e pane con la tortilla di cipolla e peperoncino. Tornavamo lì ogni sabato e mentre io facevo amicizia con altri bambini e mia sorella si abbronzava come una stecca di cannella, Tecla leggeva per ore annegando nel mare di lettere che avrebbe dato al suo dolore respirazione bocca a bocca e rifugio.

In questa immagine io vedo quattro sopravvissuti, sani e capaci di intendere e di volere, che stanno riscrivendo il loro futuro presente.


Crediti

Fotografia di: Franca Donda
Tradotto da: Alessandra Greco

No creo que me interese demasiado la historia puntual de la situación que dio lugar a esta foto, disparada probablemente en un soleado día de fin de semana, quien sabe exactamente de que año. Yo soy la niña pequeña que aparece a la derecha y si no me falla la observación – en este caso definitivamente me falla la memoria – debía tener dos años, por lo que deduzco que esa foto fue tomada un sábado de 1974 aproximadamente. Supongo que fue un sábado porque durante mi infancia y adolescencia todos los sábados, religiosamente, iba a la playa con mi mamá y con mi hermana y aunque del día documentado en esta foto no me acuerdo, recuerdo a mi mamá lo suficientemente bien como para suponer que siempre supo delimitar con estricta disciplina los planes de la familia, y los días de playa mientras estuvo viva, fueron los sábados casi sin excepción.

Esta es la única foto que tengo de nosotros cuatro: mi mamá, mi papá, mi hermana y yo en uno de estos paseos paseos playeros de fin de semana. Mi padre y mi madre se divorciaron cuando yo tenia dos años. No recuerdo haberlos visto nunca juntos. De hecho esta fotografía no solo es la única referencia de familia felizmente constituida que tengo sino que es también la única imagen que recuerdo de nosotros cuatro reunidos en un mismo espacio y tiempo. La realidad de un día de mar no es en blanco y negro y quizás por ello, aunque esta fotografía podría permitirme imaginarnos a imagen y semejanza de mis más amorosos deseos, al verla solo se me ocurren ideas impregnadas de dramas y de secretos.

La noche que Alfredo, mi papá, se fue de casa para no volver, él y Tecla, mi madre, habían ido al cine juntos. Mi papá conducía un Mercedes color verde botella que recuerdo porque tenia asientos de cuero que se encendían de calor cuando no dejaban el auto estacionado a la sombra. Se fueron juntos en aquel auto aquella noche al cine, y según cuenta la leyenda: alguna vez vocalizada por mi hermana Claudia, cuando venían de regreso, pasaron la puerta eléctrica que les permitía entrar al estacionamiento del edificio en el que vivíamos. Mi mamá se bajo del auto para subir lo mas pronto posible a supervisar que las niñas estuvieran bien, en cama, y que todo estuviera bajo control, pero en aquella oportunidad la rutina de rigor se vio brutalmente alterada por una dirección de manubrio que cambiaría para siempre la historia de los cuatro, el curso de las cosas. Mi padre, en vez de ir a estacionar el auto y alcanzarnos a mi hermana, mi mamá y a mí en casa, se despidió de Tecla en el estacionamiento del edificio, explicando que tenía en el cajón del auto una maleta con las cosas que necesitaba para comenzar la bifurcación de su nuevo recorrido. Bifurcación que por supuesto nunca mas lo trajo de regreso.

Yo me pregunto si aquella tarde cálida de mar, a la sombra de aquella uva de playa en blanco y negro, mi padre masticaba en silencio la empanada de cazón que sostenía entre sus manos y sus recién tomadas desiciones. Me pregunto si ponía en orden los detalles de un plan que era necesario llevar a cabo aunque no fuera fácil decidirlo y si por eso agachaba un poco la cabeza pensativo. Mi padre es un animal de armonías, odia instintivamente los conflictos y es capaz de muchos ajustes internos y externos para evitarlos. Mi madre por el contrario lo toleraba casi todo, cualquier esfuerzo, cualquier sacrificio, cualquier grito, cualquier tensión, con la condicion de no tener que protagonizar ningún instante de paz que le costara el derecho a debatirse por la verdad. Aquella noche, la primera noche de separación, Alfredo se alejó amordazando cualquier atentado de riña epopéyica. Las palabras silenciadas quedaron desde entonces inscritas para siempre en la maleta de aquel Mercedes Benz verde botella con asientos de cuero color crema y cuatro puertas que eran también cuatro salidas de emergencia. Las discusiones que aquella noche solo tuvieron lugar en las venas del cuello de Tecla, jamás escaparon de ellas alterando la apariencia de las mismas de por vida. En la barba de mi padre y en su risa nerviosa también vivían sus palabras infinitamente postergadas. Todo lo que no se dijo aquella noche, no por falta de sinceridad o falta de disposición para la verdad, sino por estratégica supervivencia, quedó escrito en esta imagen silenciosa que solo pudo haber sido accidental antecedente de una separación anunciada.

Dura como el más firme de los troncos de roble, mi mamá nos siguió llevando a mi hermana Claudia y a mí a esa misma playa en Naiguatá cada fin de semana durante años, sin embargo, no recuerdo haberla visto sentada en ese mismo muro de piedras nunca más. Por eso, verlo a Alfredo allí, junto a nosotras, en esa imagen por los misterios de la luz congelada me resulta serenamente surrealista. Como si se tratara de un collage de espacios y tiempos, como una disléxica yuxtaposición de realidades. Naiguatá después de todo era la playa de Tecla, que sedienta de certezas y de mar, nunca renunció a su dulcísimas olas de sal y a su tibia cercanía caribeña. Los sábados, todos los sábados sin excepción, las tres – mi hermana, mi mamá y yo – comíamos arena y pan con milanesas o pan con tortilla de cebolla y cayenas. Volvíamos cada sábado y mientras yo hacía amigos y mi hermana se bronceaba como canela en rama, Tecla leía por horas ahogándose en el mar de letras que le daría a su propio dolor inspiración boca a boca y escondite.

En esta imagen yo veo cuatro saludables y solventes sobrevivientes re escribiendo el futuro presente.


Creditos

Fotografía por: Franca Donda


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